The Wife (film) – Recensione No Spoiler

The Wife – Vivere Nell’Ombra è il film tratto dall’omonimo romanzo di Meg Wolitzer, scritto da Jane Anderson, vincitrice di due Emmy, e diretto da Bjorne Runge, che con questa film firma il suo debutto sulla scena internazionale.

Il film è un po’ diverso dal libro, ma ne mantiene l’essenza. La storia rimane, anche se viene alleggerita, come è giusto che sia, e rimane anche l’essenza dei personaggi, quindi, nel complesso, è un buon adattamento.

Tutto il film ruota attorno alla figura di Joan, il cui marito, il celebre scrittore Joe Castleman, ha vinto il premio Nobel per la letteratura. Lei lo accompagnerà a Stoccolma insieme al loro figlio, anche lui scrittore, per la cerimonia in cui riceverà la prestigiosa medaglia. Questo viaggio, però, la porterà indietro nel tempo per vedere tutte le scelte che ha fatto, mettendole in discussione.

Il film mi è piaciuto. Soprattutto per la gestione dei personaggi e delle dinamiche tra loro. Il film non sembra neanche americano, anzi, sembra un melodramma/commedia nera nordica. Il cinema nordico è stata sempre un tipo di cinema che si interessa molto alla psiche dei personaggi, ai loro crolli, alle loro relazioni, alle loro emozioni ed è proprio quello che succede in The Wife. La storia passa in secondo piano e diventa solo un effimero strumento per indagare il rapporto tra Joe e Joan.

Mi è piaciuto molto come la sceneggiatura ha sviluppato l’arco narrativo di Joan. L’Anderson ha sfruttato con gran maestria la prima grande regola della scrittura, ovvero “mostra, non dire”. Capiamo benissimo che Joan è timida, capiamo che ama molto Joe, capiamo che ha qualcosa da dire e che si sta arrabbiando e che sta soffrendo, ma tutto questo senza che ci venga detto. Ci viene mostrato dai suoi lunghi silenzi, dalle sue risposte quasi monosillabiche, molto precise e evasive, che poi si trasformano in piccole battutine taglienti e, infine, esplodono per diventare parole di rabbia.

Ho trovato geniale questa idea di costruire il suo “covare la rabbia”. All’inizio del film Joan è felice, anche se silente, ma man mano che la pellicola procede diventa sempre più seria, dando proprio l’idea di una persona che inizia a covare rancore e che pian piano esso si accumula, fino alla goccia che fa traboccare il vaso.

Anche l’arco narrativo dedicato a Joe non è male e grandissimi i suoi dialoghi, soprattutto la citazione che ripete all’infinito. Citazione che finisce per diventar realtà.

Nel film ci sono anche scene molto umoristiche, che personalmente mi sono piaciute e non mi hanno neanche molto sorpreso. Chiunque conosce Jane Anderson sa che persona particolare sia e che stile umoristico abbia. Divertente la parte alla “Lost in Translation” (film bellissimo, guardatelo!) e carine le altre.

Bella la fine, e intendo proprio l’ultima azione. Un finale che da idea di qualcosa di nuovo- non un sequel, eh- ma di un nuovo inizio per la protagonista.

Quello che invece mi ha un po’ deluso della sceneggiatura è la quantità di flashback. Ce ne sono e sono tutti molto fedeli al libro, e ovviamente non potevano essere presenti tutti quelli che la Wolitzer ha partorito, ma penso che un paio in più non avrebbero fatto male.

Parte più forte del film è invece la regia. Runge ha fatto un buonissimo lavoro. Gioca molto con i primi piani, soprattutto con Glenn Close, il cui personaggio è molto silenzioso. E sa guidarla molto bene e riesce a catturare benissimo le sue emozioni. Noi proviamo tutto quello che prova Joan. Cosa molto nordica, ripeto. Tanto cinema nordico gioca con le emozioni dei personaggi, con le loro crisi e le loro relazioni. Basta pensare a praticamente qualsiasi film di Susanne Bier, ma anche Lars Von Trier, o, per andare sul cinema classico, il grande Ingmar Bergman, e ovviamente viene già in mente “Il Settimo Sigillo” (altro film che consiglio).

Runge è stato anche molto elegante e composto, ma è tutto molto voluto, perché il finale è molto diverso. Abbiamo quindi quasi due tipi di regia, una più calma, più elegante, che prende quasi tutto il film. Una regia che sa inquadrare bene i sentimenti di Joan e allo stesso tempo li rispetta con la forma. Se Joan è calma, la regia anche. Ma nel momento di rabbia non è più così. È tutto più caotico, più furioso.

Per chiudere credo che la regia si sia adattata molto bene alla sceneggiatura e che, insieme, siano riuscite a trattare molto bene i temi del film: l’amore, il successo e l’emancipazione.

Del reparto tecnico ho trovato tutto buono, con particolare attenzione per la fotografia, che aveva delle scelte dei colori davvero interessanti, e per la scenografia, che è davvero bella. Qualsiasi interno è stato costruito a puntino.

Complimenti a tutto il cast per averci regalato delle belle performance, ma non si può che inchinarsi di fronte alla grande performance di Glenn Close. La settima nomination agli Oscar è in arrivo e forse, FINALMENTE, il premio. Sarebbe il primo per lei.

The Wife è quindi un buon prodotto cinematografico e un film di stampo nordico che vi consiglio assolutamente di andare a vedere.

Voto: 80/100

La mia recensione è finita. Ma ora è il vostro turno. Avete visto il film? Cosa ne pensate? Dovete andarlo a vedere? Scrivete tutto qui nei commenti. Io vi ringrazio per aver letto, e vi invito a condividere la recensione se vi è piaciuta, e a seguire il blog, o tramite e-mail, o tramite Twitter o Facebook. Ciao e alla prossima.

Vi lascio qua la recensione del romanzo, per chi fosse interessato.

The Wife libro: http://www.mjpsreviews.com/2018/10/04/the-wife-vivere-nellombra-di-meg-wolitzer-recensione/