L’isola dei Cani – Recensione

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L’isola dei Cani è l’imperdibile nuovo film di Wes Anderson. Film d’animazione in stop motion ambientato in una futuro quasi distopico dove tutti i cani del Giappone sono stati allontanati in un’isola perché malati. Atari, il protagonista, parte per quest’isola con una specie di aereo per ritrovare il suo cane Spots.

Come avrete già capito

ho adorato il film. Sicuramente uno dei migliori prodotti di animazione che abbia mai visto. Ma iniziamo la recensione.

Il film è stato scritto da Anderson, che è un vero autore, e la sceneggiatura è davvero una colonna portante di questo film. La storia è bella e come viene detta lo è ancora di più. Lo stile di Anderson è più che riconoscibile. Il suo umorismo è unico, come in Fantastic Mr. Fox e Grand Budapest Hotel e, a mio parere, è proprio quest’ultimo a somigliare di più all’isola dei cani. Occhio, che sto parlando solo di somiglianza di stile, cosa importante. Ogni autore che si rispetti ha il suo stile e lo si riconosce in ogni film. Quindi, ciò che ho detto non va letto in chiave negativa. Come dicevo, credo che questo film sia più simile a Grand Budapest Hotel per l’esasperazione. In questo film abbiamo dei giapponesi alle volte stereotipati, ma così sopra le righe da far sì che vadano oltre lo stereotipo e lo ridicolizza. Stessa cosa i cani, sono così sopra le righe da sembrare umani e ciò crea anche una ridicolizzazione della loro situazione, situazione che è senz’altro politica. I cani che vengono messi su un’isola sembra quasi una metafora della deportazione, o comunque, un modo per allontanare la parte abbietta della società, e la massa impassibile non fa niente se non urlare dall’eccitazione di perdere i loro cani. Situazione forte e così esasperata che diventa ridicola, così come in Grand Budapest Hotel ridicolizza le grandi dittature della prima metà del novecento. GENIALE! Anderson è geniale.

Mi è piaciuto anche come affronta il tema dell’amicizia. I rapporti in questo film sono analizzati molto bene e Anderson li ha creati perfettamente e in maniera complessa. Ovviamente è una cosa voluta, in questo film sono l’emozione a vincere, esattamente come ne “Il Piccolo Principe”, riferimento letterario presente nel film.

La regia è, ovviamente, grandiosa. Anche qui si riconosce lo stile di Anderson, e anche qui trovo molto la somiglianza con Gran Budapest Hotel. Quelle grandi inquadrature su casa Kobayashi mi hanno ricordato quelle della pellicola precedentemente nominata, così come alcuni “movimenti di camera”. Si nota anche la grande mano di Kurosawa, a cui Anderson ha ammesso di essersi ispirato per il film, e si nota proprio il voler fare un film giapponese, esattamente la stessa voglia di fare un film britannico con Gran Budapest Hotel.

Passando ai reparti tecnici, la prima cosa che devo dire è: CHE MUSICA! Le musiche di Desplat catturano sempre l’attenzione e sono precise per ogni momento del film e sono state usate bene, messe al momento giusto e con la giusta intensità. Bella anche la fotografia, l’ho trovata particolare e proprio per questo colpisce subito l’occhio dello spettatore, che alla fine è quello che la fotografia deve fare.

Ricapitolando, il film è fighissimo e merita assolutamente di essere visto.

Voto: 85/100

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