The Thrill of It All – Recensione

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The Thrill of It All è il secondo album in studio del cantante britannico Sam Smith, rilasciato il 3 novembre 2017. L’album

è stato lanciato dal singolo “Too Good at Goddbyes”, che ho già recensito, e “Pray”, uscito appena quattro settimane dopo e già ufficializzato come secondo singolo. Bene, iniziamo subito questa nuova recensione che non sarà track-by-track, ma una recensione complessiva di tutto l’album.

L’album, a mio parere, è molto sperimentale. infatti Smith sembra provare molti generi anche nuovi per lui, ma allo stesso tempo non si allontana molto dal vecchio album “The Lonely Hour”. È quasi come se questo secondo album fosse una sonda lanciata per un eventuale terzo album davvero diverso. Quindi, c’è una maturazione sia per quanto riguarda le sonorità, che per i temi affrontati, che sono un po’ diversi, ma proprio poco.

Partendo dalle sonorità, questo secondo album, come il precedente, è composto da ballate quasi interamente, ma vediamo diversi elementi di altri generi: in “Say it first” ci sono elementi di musica elettronica e dubstep; “Too Good at Goodbyes” e “HIM” sono fortemente gospel e soul; “One Last Song” risente del blues e, addirittura, “Baby, You Make Me Crazy” è solo una canzone R&B anche molto movimentata; “Pray” contiene forti elementi hip-hop; “No Peace” è un mid-tempo; “Scars” è una ballata accompagnata dalla chitarra; “Midnight Train”, “One Day at a Time” e “Nothing Left For You”  sono ballate pop-rock, e quest’ultima ha anche delle sonorità country: e infine ci sono “Burning”, “Palace” e “The Thrill of It All” che sono le vere ballate classiche di questo album.

Ho trovato ciò molto positivo. Nel precedente album, le canzoni erano per lo più ballate classiche, e alcune avevano inserimenti solo soul e gospel. Queste variazioni mi sono molto piaciute, aver contaminato la ballata con veri generi è stata una grande idea secondo me, perché ha dato prova dell’abilità vocale di Sam, della sua bravura e delle varie sfaccettature di questo genere.

Passiamo alle tematiche. Per lo più, il tema affrontato è l’amore e le delusioni amorose, tematiche ricorrenti anche dell’altro album. Ma in realtà ci sono anche altri temi più importanti e anche un tono più dark del precedente e anche più maturo. In “Midnight Train” è ‘Sam’ che decide di lasciare la persona che ama per scegliere sé stesso (e forse anche la fama), in “No Piece” e “Burning” vediamo invece la sua vita dopo una brutta rottura e il modo in cui tutto ciò viene affrontato: beve, fuma, non dorme la notte; molto più tetro rispetto alla mera solitudine dello scorso album. In “Nothing left for you”, invece, parla di un uomo che non riesce più ad amare per la delusione e avvisa il prossimo di ciò. In “Too Good at Goodbyes” parla di una ripresa veloce da una delusione e, addirittura, con “Baby, You Make Me Crazy” parla del potere curatore della musica e in “Say It First” tratta di un amore che sta per sbocciare.  Molto classiche, invece, “Palace” e “The Thrill of It All”. Ma l’amore non è l’unico argomento di questo album. In “HIM”, Smith, gay e cattolico, parla di come si sente ad essere un gay cattolico con l’mmagine di un ragazzo che vuole farsi accettare dal padre, anche quello divino. Mi ha stupito la frase: “non provate a dirmi che Dio non si cura di noi”. Bella canzone! In “Pray” parla del mondo, del casino che è e di tutto il dolore che c’è, che bisogna pregare. “Scars”, invece, la dedica ai suoi genitori e li ringrazia per averlo amato e seguito e, come dice lui, avergli curato le cicatrici. La canzone che chiude l’album è “One Day at a Time”, una pop-rock ballad, che parla di prendere la vita con calma e di non andare sempre di fretta, e lo fa con una bellissima immagine: dover asciugare un fiume una bottiglia alla volta. Temi importanti, eh?

Ora, volete sapere le mie canzoni preferite? Eccole: “HIM”, “One Day at Time”, “Scars”, “Pray” e “Burning”. Ci sono, ahimé, canzoni che non mi piacciono: “Palace”, “The Thrill of It All” e “Nothing Left For You”. Forse perché possono benissimo essere di The Lonely Hour.

In generale l’album mi piace molto, e Sam tira fuori una voce straordinaria. Ve lo consiglio tantissimo, soprattutto per le tematiche affrontate.

Voto: 74/100

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Vi lascio il link della mia recensione di “Too Good at Goodbyes”: Too Good at Goodbyes – Recensione